Il Dosage 15 de La Battagliola, con i tortellini del Mex alla Cavazzona

Commenti (0) Modena & Co, News, Personaggi, Ristoranti, Vino

etichette_battagliola

IMG_0815

La materna e ombrosa quercia centenaria, è un’oasi dove sostare quando si è in visita ai vigneti della Battagliola, a Piumazzo nei pressi di Castelfranco. E l’enclave di Alberto Salvadori, un viticoltore sui generis, entrato nel mondo del vino solamente da un paio di decenni, animato dalla passione e dal desiderio di valorizzare un terreno ricevuto in eredità da mamma Anna Maria, chiamato La Battagliola fin da epoca antica. L’origine del toponimo è ignota, ma potrebbe ricondurre a “una piccola battaglia”, avvenuta su quei terreni, chissà quanti secoli fa, che oggi è divenuto sinonimo di qualità. Un progetto dettato dall’amore per la terra e le ancestrali tradizioni vitivinicole, che non sono poi mutate così tanto in questi secoli, e dà la misura di quanto sia possibile creare dal nulla un piccolo gioiello, quando c’è la passione. Una svolta nella vita e nell’attività imprenditoriale di Alberto Salvadori, affermato imprenditore nella logistica, al timone di una fiorente attività aperta da quasi un secolo, la Fratelli Salvadori, azienda di famiglia giunta alla quarta generazione, che figura tra i dieci spedizionieri più antichi del mondo, a cui ora partecipa anche il figlio Tommaso. Un’intensa attività che ha portato Salvadori in giro per il mondo, ma che dopo importanti successi professionali lo ha ricondotto a casa, alle sue radici modenesi, quando nel 1999 ha deciso di iniziare a fare il vino, nei terreni di famiglia, che ai tempi del nonno, contemplavano anche il caseificio, l’allevamento dei suini, e la frutta, esportata fino in Inghilterra, oltre a floride coltivazioni di canapa e tabacco, in seguito riconvertite a seminativo. E così arrivano ottomila barbatelle di Lambrusco Grasparossa, e si comincia l’avventura, con il cugino Massimo a curare la parte agronomica, insieme a un enologo di fama, con le vendemmie che sono una festa dove tutti danno una mano, e le prime etichette vengono decise in una grande cena con gli amici, nella quale ognuno dice la sua. Oggi le piante sono diventate centomila, gli ettari 26 di cui 17 a Lambrusco Grasparossa e 5 a Pignoletto, la produzione annua si attesta sulle settantamila bottiglie di Lambrusco Grasparossa, Pignoletto e Sangiovese, mentre da tre anni, si è unita la figlia Beatrice che dopo la laurea all’Università Cattolica di Milano ed esperienze nel campo della comunicazione, è impegnata nel commerciale, nell’amministrativo e nelle pubbliche relazioni. Le etichette di punta sono il Dosage 15, che all’olfatto riporta all’amarena, al ribes alla mora, e in bocca è strutturato, vivace, avvolgente, e il Dosage 30, vinoso con sentori di prugna, al palato fresco, armonico, sapido, quello che ci vuole per la nostra cucina. Li abbiamo assaggiati con il sontuoso Pasticcio di tortellini al ragù bianco del Mex, all’Osteria della Cavazzona, connubio assolutamente straordinario.

photo

di Luca Bonacini

Pubblicato su QN Resto del Carlino – luglio 2018