Quando si andava dai Cantarelli a Samboseto…

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Negli anni ’70/’80 c’era una meta gastronomica assoluta, dove era difficile riuscire a prenotare ma si doveva andare, il ristorante Cantarelli a Samboseto nella bassa parmense. Un tempio gastronomico fatto di semplicità e cucina sopraffina, che mutò da bottega di paese in ristorante, grazie alla personalità e ai piatti leggendari di Mirella e Peppino Cantarelli, che fruttarono i migliori piazzamenti nelle guide gastronomiche e ben due stelle Michelin, il massimo ottenibile allora per un’insegna italiana. Il primo a parlarmene era stato Paolo Rustichelli, che molti ricorderanno insieme alla moglie, al bancone dell’omonima gastronomia accanto all’Hotel Real Fini in via Emilia (Modena), che li riforniva del suo prelibato aceto balsamico tradizionale, cementando una sincera amicizia. E riuscii ad andare. Eccezionali il culatello e i salumi sopraffini, indimenticabili il savarin di riso, il risotto primavera, la faraona in crosta, la tacchina alla crema, lo zabaione con amaretti, la torta di mandorle, espressione di una cucina che non t’aspetti nel retrobottega di una rivendita di tabacchi e alimentari, con pacchi di pasta, biscotti e scatolette di tonno. Varcata quella soglia trovavi tovaglie di fiandra, posateria d’argento inglese, calici di cristallo, una cantina con i migliori francesi e una carta dei vini impensabile per quei tempi, frutto dei viaggi di Peppino in Europa. Vi potevi incontrare De Niro e Depardieu durante le riprese di Novecento, Mario Soldati mentre girava La valle del Pò, ma anche i più noti personaggi dello spettacolo, insieme ai Barilla, ai Bormioli, mentre molti cominciarono a paragonare Cantarelli al locale genovese del celeberrimo Nino Bergesecuoco dei re e re dei cuochi’. Un pellegrinaggio a cui nemmeno i modenesi in quegli anni seppero sottrarsi, fino al 1982 quando Mirella e Peppino, decisero la chiusura, forse per raggiunti limiti di età. Due protagonisti assoluti del saper fare e del sapere accogliere emiliano che rimangono scolpiti nell’immaginario.

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di Luca Bonacini

Articolo pubblicato in versione ridotta su QN Resto del Carlino – marzo 2021