
A cura di Francesca Gianotti. Crediti immagini: Stefano Caffarri.
Tra le vette delle Dolomiti è andata in scena la seconda tappa del dialogo gastronomico tra Alessandro Gilmozzi ed Ettore Bocchia. Lo chef di El Molin ha ospitato il collega del Mistral per “La Montagna e il Lago”, una serata a quattro mani che ha unito ingredienti alpini e suggestioni lacustri in un racconto di cucina e territorio. Dopo il primo incontro sulle rive del Lago di Como, presso il Ristorante Mistral a Bellagio, il dialogo tra due mondi gastronomici ha trovato il suo approdo tra le montagne. Questa volta, è stato lo chef Alessandro Gilmozzi ad accogliere lo chef Ettore Bocchia nel suo El Molin, a Cavalese, per “La Montagna e il Lago”, un evento che ha segnato il ritorno di un confronto creativo capace di unire territori, sensibilità e visioni differenti. Tra boschi, silenzi e profumi d’alta quota, i due chef hanno dato vita a un menu a quattro mani in cui la cucina di montagna ha abbracciato quella di lago. Ingredienti alpini, erbe spontanee, resine e note selvatiche si sono intrecciati con la leggerezza e l’eleganza delle materie prime d’acqua dolce, dando forma a piatti profondi, armonici e carichi di richiami. “Accogliere Ettore nella mia cucina ha significato riportare quel dialogo iniziato sul lago dentro l’anima della montagna – racconta Alessandro Gilmozzi – Abbiamo lasciato che i territori si incontrassero senza sovrapporsi, cercando equilibrio, ascolto e rispetto della materia prima.” Un sentimento condiviso da Ettore Bocchia, che ha vissuto l’esperienza come un ribaltamento di prospettiva: “cucinare qui, tra le montagne di Alessandro è stato come rileggere il lago con occhi nuovi. Un confronto autentico, fatto di scambio, sensibilità e ricerca, che ha dato vita a un racconto comune.”

Un racconto coerente, in cui ogni piatto ha contribuito a definire l’incontro tra l’anima alpina e l’eleganza del mondo lacustre. L’apertura è stata affidata al benvenuto della cucina di Gilmozzi: Cuore di cervo, rape, resina e ginepro candito, accompagnato da una tisana dalla spiccata aromaticità. Un inizio deciso, che ha subito dichiarato il legame con la montagna, con i suoi profumi e con una cucina fatta di essenzialità e rigore. Il primo intervento di Bocchia ha introdotto il lago con il Cavedano macerato, uova di trota marinate, scalogno e limone nero, giocato su freschezza e acidità. A fare da raccordo, la focaccia calda con farina di polenta, gesto semplice ma simbolico, capace di unire idealmente i due territori. Il percorso è proseguito alternando le firme dei due chef. La lingua di Grigia Alpina con cannella e senape, di Gilmozzi, ha espresso una montagna elegante e misurata, mentre i Tortellini di pavone e marò di fave, di Bocchia, hanno portato in tavola tecnica e precisione con un piatto che ha saputo coniugare complessità e leggerezza. Estremamente rappresentativo, il Risotto alla cenere fermentata di pigna di cirmolo di Gilmozzi ha raccontato il bosco attraverso note resinate e affumicate, trasformando il paesaggio in gusto. Con il Gambero Carabineros in due versioni Bocchia ha lavorato sulla purezza della materia prima e sull’equilibrio delle consistenze, prima del ritorno alla montagna con il Capriolo al fieno di Gilmozzi, intenso ma pulito, fedele a una cucina che privilegia profondità e autenticità. Il finale, affidato al padrone di casa, Nocciole, abete e radici dolci, ha chiuso il menu in continuità riportando l’attenzione sugli elementi naturali e sul territorio. “La Montagna e il Lago” ha così confermato la solidità di un progetto costruito sul confronto e sul rispetto reciproco, dimostrando come due cucine fortemente identitarie possano incontrarsi senza perdere la propria voce, ma anzi rafforzandola attraverso il dialogo.






