Il principe dei clienti

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Impeccabile, camicia e pantaloni ben stirati, cravatta regimental, giacca chiara, mocassini inglesi, un mezzo sorriso serafico, e accanto, immancabile, la coppa del Martini ghiacciato. Bruno era il principe dei clienti. Con i barman dei grandi locali che frequentava, cui dava sempre del lei, si trovasse al Raffles di Singapore, al Savoy di Londra, al Ritz di Parigi, oppure al Mon Cafè e all’Orologio di Modena, era capace di instaurare un rapporto del tutto speciale. Colto, di poche parole, scrupoloso nelle richieste come pochi, non transigeva nella qualità del gin, rigorosamente London Dry, e nella temperatura della coppetta, sempre ghiacciata, e se il cocktail non era preparato a regola d’arte, lo lasciava sul bancone, senza terminarlo, pagava, salutava e usciva, ogni volta confermando la fama di raffinato bevitore costruita in lunghi anni di militanza al banco dei migliori bar del mondo. Era già personaggio, fin dai tempi dell’American bar San Giorgio, un piccolo e lussuoso locale che spopolava negli anni ’70, in piazzetta Torre, vista Ghirlandina, dove si raccontava ordinasse un flute di champagne e vi lasciasse scivolare all’interno un grosso bullone d’ottone, e a chi gli chiedeva perché, spiegava che era l’unica parte rimasta intatta della sua Porsche, dopo uno scontro frontale. Stimato professionista delle relazioni e interprete, viaggiava spessissimo, ma tornava sempre a Modena, e si ricavava quell’unico svago quotidiano, passare un’ora al bar con il giornale e un Martini. Qualche chiacchera con il barman, il breve racconto di un aneddoto, e poi il conto. Nell’ultimo periodo il medico gli aveva consigliato di evitare i super alcolici e lui aveva accettato di riconvertirsi allo champagne, senza per nulla al mondo rinunciare a quel rito quotidiano. L’ultimo dei grandi clienti Martini che ha avuto Modena, sapeva bere, sorseggiando il drink mentre conversava o leggeva, e la sua giornata era scandita da quel piccolo lusso irrinunciabile,  Attento a non scialare, sapeva essere generoso, e aveva nei confronti dei barman, una forma di tacito rispetto. Alla fine dell’anno in prossimità delle feste natalizie, si rendeva protagonista di un’immancabile prassi, dopo aver pagato l’ultimo Martini, faceva gli auguri, salutava e usciva, ma accanto alla coppetta ormai vuota, lasciava una busta indirizzata ai ragazzi dello staff, all’interno una cospicua somma, da dividere tra i componenti del personale. Un pensiero generoso, verso chi gli aveva dato attenzione e premure per un intero anno.

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di Luca Bonacini

Pubblicato su QN Resto del Carlino – Novembre 2016

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